La rivoluzione della liberà

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PDL LAZIO: LA BUSSOLA DI GIANSTEFANO FRIGERIO PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianstefano Frigerio   
Venerdì 02 Dicembre 2011 13:51

 

 

29 novembre 2011

La bussola va impazzita alla ventura

 

E il calcolo dei dadi più non torna: questi due splendidi versi di Montale rappresentano la condizione di sbandamento, di incertezza, di paralisi del nostro Paese; e dell’Europa.

Un Paese fragile, diviso, senza prospettive, dentro la tempesta vastissima di tutto l’Occidente.

L’Occidente, dopo una pluridecennale fase di espansione che ha alimentato la prima fase della globalizzazione, appare sommerso e stremato da un enorme cumulo di debiti privati e pubblici; lafinanziarizzazione dell’economia ha generato una crescita squilibrata ed ha fortemente frammentato il ceto medio; la crisi fa crescere patologicamente le disuguaglianze, provocando con ciò disgregazione sociale e polarizzazione politica.

La crisi sta cambiando in modo irreversibile le condizioni dello sviluppo economico e sociale; ma fa anche emergere, in modo sempre più evidente, la separazione tra potere e politica; potere che agisce liberamente nel cyberspazio e nella globalizzazione, la politica (cioè la volontà popolare) che si esaurisce dentro i limiti dello Stato Nazione.

Ecco le enormi difficoltà di questa crisi ed il vero problema del futuro: cioè i problemi globali affrontati solo con strumenti locali.

In sintesi, la globalizzazione non ha una governance; e lo Stato Nazione è inadeguato.

Tant’è che le convulsioni della crisi hanno affondato 6 Governi in Europa (Irlanda, Portogallo, Grecia, Spagna, Italia, Belgio); e stanno mettendo a rischio il futuro di Sarkozy, dellaMerkel, di Obama.

L’Italia è entrata dentro questa tempesta con le sue fragilità, i suoi vizi, la sua retorica, i suoi corporativismi; il Berlusconismo e l’antiberlusconismo, due facce contrapposte della stessa medaglia, non hanno saputo affrontare la bufera ed hanno, dopo una lunga serie di camuffamenti, di scontri virtuali, di retorica gridata, dovuto abdicare dalle loro funzioni.

Un Paese senza la consapevolezza dei propri limiti e delle proprie fragilità; una grande debolezza della cultura politica; un vasto logoramento della credibilità istituzionale; stili di rappresentanza e costumi del tutto inadeguati al clima della crisi; un enorme deficit di liberalismo e di riformismo, al di là della retorica sloganistica d’apparato.

In questo quadro, le procedure da “repubblica presidenziale” nel turbine di una sfiducia sostanzialmente extraparlamentare, sono apparse come “un’astuzia della Ragione”, per dirla con Hegel.

Una soluzione di grande emergenza, di fronte alla abdicazione della politica ed alle macerie dell’antipolitica.

Si apre una fase politica nuova, densa di incognite, traversata da pericolose pulsioni, con derivadi intolleranza violenta (dal “servo encomio al codardo oltraggio” contro Berlusconi).

Serve invece una vera tregua, senza resa dei conti, per governare le

emergenze incrociate e per uscire rapidamente dalla crisi di sistema e dalla sospensione della ratio costituzionale.

A questo punto, dietro lo scudo del Governo che opererà in sintonia con l’Europa (la lettera della BCE), sono ancora una volta i partiti che devono costruire le piattaforme ideali per le prossime elezioni.

E i tempi per l’autoriforma e per il rinnovamento non sono eterni.

In primo luogo sarebbe utile far maturare la consapevolezza politica che questa è una crisi di sistema provocata dalla grande crisi finanziaria dell’Occidente; quindi, il tramonto delberlusconismo” coincide con il tramonto della Seconda Repubblica e con le culture politiche, di maggioranza e di opposizione, che ne avevano disegnato i connotati e delimitato i confini (un bipolarismo da “signori delle armi”; una grande debolezza del riformismo e del liberalismo; lo squilibrio dei poteri ed un giustizialismo pervasivo; la tendenza a coltivare le paure dei cittadini e non le loro speranze; l’illusione di utilizzare l’antipolitica per ridare legittimazione e consenso; lacultura dell’apparire e dell’effimero; l’eccesso di personalismi; la confusione continua tra gliannunci e il fare; la incapacità di ridare al Paese la voglia di futuro, cioè la spinta per lo sviluppo).

Quindi nessuna forza politica uscirà intatta e senza radicali trasformazioni da questa fase.

In secondo luogo, la crisi sarà lunga, complessa, profonda, dura e

inciderà non marginalmente sui modelli di vita e sulla natura del consenso.

Pertanto nessuno indulga alla banale e faziosa retorica secondo cui “basta cambiare Berlusconi e lo spread tornerà come prima della crisi”: provincialismi ideologici che allarmano l’Europa e ci rendono ridicoli davanti al mondo.

In terzo luogo, le forze politiche devono risolvere i loro gravi problemi: il PD deve isolare i rigurgiti massimalisti e giustizialisti, deve dare forza e dimensione popolare al suo timido e gracile riformismo; la Lega si illude di rinviare i grandi nodi strategici e di ricambio di classe dirigente col ritorno illusorio alla durezza primigenia; e il Terzo Polo ha davanti un percorso irto di difficoltà per diventare un’unica forza politica e per darsi una identità che vada oltre la mera espressione geometrica di Centro.

Ma i problemi più complessi riguardano certamente il PdL, il quale in primo luogo deve capire la natura e la dimensione degli errori che hanno accelerato il declino del Berlusconismo: la rottura con l’UDC, la costruzione a freddo del PdL, il lungo duello rusticano con Fini, l’abbraccio “mortale” con la Lega, l’arroccamento sterile nel Forte Bastiani, la rinuncia ad un coraggioso disegno di sviluppo.

Ora a noi resta un arduo percorso obbligato per evitare la diaspora e per continuare ad essere l’asse portante della governabilità del Paese ed il motore di un disegno di sviluppo e di modernizzazione.

In primo luogo un sostegno leale, costruttivo, positivo al Governo Monti,

indossando le vesti di una grande forza tranquilla, responsabile, seria; quindi bisogna mettere da parte i radicalismi e le verbosità che regalano

consensi al Centro, rinunciare a inseguire le banalità dei complottismi e delle trame internazionali.

Non è un problema del Paese il nostro desiderio di rivincita.

Al Paese, al mondo moderato, interessa che noi ci impegniamo a costruire una vasta cultura politica, un disegno strategico animato da modelli ideali, una progettualità che sintetizzi liberalismo e riformismo.

Al Paese, all’Italia moderata interessa che noi ci impegniamo a rinnovare il bipolarismo; che noi disegnamo una nuova legge elettorale che ridia la parola ai cittadini e non agli apparati dei partiti; che noi riannodiamo un rapporto profondo col Terzo Polo nel solco del PPE; che il nuovo patto con la Lega riempia il federalismo coi valori sturziani; che riprendiamo con lucido coraggio la bandieradella grande riforma dello Stato (Assemblea Costituente).

Al Paese, all’Italia moderata, interessa che noi, pur nel leale sostegno, stimoliamo il governo Monti lungo la linea dello sviluppo; che portiamo avanti un duro risanamento principalmente attraverso la riduzione del peso dello Stato e della pervasività della politica; che in sede europea siacceleri il processo di integrazione, ma soprattutto la costruzione di istituti di governance globale.

Ed infine il PdL, il partito.

La sua rinascita è impossibile senza un nuovo slancio, un supplemento d’anima, una rotturacoraggiosa delle incrostazioni burocratiche.

Il nostro peccato originale, che rischia di essere esiziale, è che siamo

entrati nel PPE da oltre 10 anni, ma siamo rimasti del tutto refrattari alla vita, all’anima, alla cultura politica, alle regole del PPE: siamo stati più la proiezione di un leader carismatico e della sua corte mediocre che un pezzo di società italiana organizzata politicamente.

Ora il tempo stringe e il Paese, il popolo dei moderati, ci chiede, da subito, coerenza coi valori e gli ideali del PPE, più cultura politica e meno cultura di corte, più formazione e selezione, secondo le capacità della classe dirigente, più luoghi di confronto, più regole, più incompatibilità, meno slogans e retorica, meno virtualità e spettacolo.

Basta civettare con l’antipolitica!

Insomma una grande forza tranquilla in sintonia con un Paese normale che vuole ritrovare la speranza del futuro, cioè lo sviluppo.

Perciò, per il PdL è l’ora della responsabilità, della coesione, della capacità di reincarnare e di rappresentare la speranza di un popolo ed il suo desiderio di libertà e di modernizzazione.

 

 

Gianstefano Frigerio

Membro dell’Ufficio Politico del PPE

 

 

 

On. Gianstefano Frigerio

European People’s Party

Political Bureau

Bruxelles

La bussola va impazzita alla ventura


 

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